Backrooms e Obsession: la lezione che Hollywood sta già fraintendendo

Due film a basso costo, diretti da registi poco più che ventenni, hanno superato un nuovo capitolo di Star Wars al botteghino americano. Il pericolo è che l'industria copi la parte facile della formula - il filmmaker con un seguito online - invece di quella difficile: budget disciplinati e voci originali.

Verso la fine di maggio, il box office nordamericano ha prodotto un risultato che pochi avrebbero scommesso possibile. Backrooms, l'horror diretto da Kane Parsons per A24, ha aperto con circa 81 milioni di dollari negli Stati Uniti e 118 milioni nel mondo: il debutto più alto nei quattordici anni di storia della casa di produzione. Al secondo posto, anziché un titolo di un grande franchise, si è piazzato Obsession di Curry Barker, distribuito da Focus Features, già oltre i 100 milioni. Entrambi hanno scavalcato The Mandalorian and Grogu, il film di Star Wars di Disney prodotto con un budget di circa 165 milioni di dollari. Due opere prime di registi nati negli anni Duemila hanno battuto una delle saghe più solide di Hollywood.

I numeri di Obsession sono ancora più indicativi delle dinamiche in corso. Realizzato per circa 750.000 dollari e acquistato da Focus Features per quindici milioni dopo l'anteprima al Toronto International Film Festival, il film ha incassato a inizio giugno più di 155 milioni di dollari a livello mondiale. Soprattutto, è diventato la prima uscita in ampia distribuzione da oltre quarant'anni a crescere al botteghino per due weekend consecutivi dopo un debutto sopra i dieci milioni: il precedente risaliva a E.T. l'extra-terrestre. Il secondo fine settimana ha segnato un incasso superiore di quasi il 40 per cento rispetto al primo, un andamento che nel linguaggio dell'industria significa una cosa sola: il passaparola funziona.

Due film, due strade opposte

La tentazione è leggere Backrooms e Obsession come lo stesso fenomeno. Non lo sono e la differenza è cruciale per fare scelte consapevoli.

Backrooms nasce da una storia nata sui forum, un universo narrativo collettivo senza un autore unico. Parsons, vent'anni, lo coltiva da quando ne aveva sedici: la sua serie di cortometraggi su YouTube ha accumulato decine di milioni di visualizzazioni, e uno solo dei suoi video sui corridoi infiniti dei Backrooms supera gli ottanta milioni. Il film arriva quindi con un pubblico già formato e una mitologia riconoscibile, costruita in buona parte con effetti pratici e digitali. È la strategia più antica del manuale hollywoodiano: adattare una proprietà intellettuale con una fanbase pronta. Significativo che il punteggio CinemaScore del film si sia fermato a B-, segnale di un gradimento tiepido che potrebbe tradursi in una tenuta più breve nelle settimane successive.

Obsession funziona in modo diverso. Barker, anche lui poco più che ventenne, viene da un canale comico su YouTube con oltre un milione di iscritti, e aveva girato il suo primo film per circa ottocento dollari. Ma Obsession non è l'estensione di un fenomeno virale: è una storia originale, scritta per essere realizzabile con pochissimo denaro, che ha conquistato prima un festival e poi il pubblico generalista. È un horror che cresce con il passaparola perché funziona come film, non perché ha un marchio dietro. La distinzione tra le due opere non è accademica: indica due modelli economici e creativi completamente diversi.

Le lezioni che l'industria rischia di imparare

Quando qualcosa funziona, tutti si gettano sulla stessa cosa. In questo caso la lettura più immediata - e più sbagliata - è che la chiave sia l'autore con un grande seguito sui social. Da qui la corsa a firmare creator, a riscrivere la definizione di proprietà intellettuale per inglobare meme e fenomeni di internet, fino a progetti come l'annunciato film tratto da Skibidi Toilet. È la versione meno faticosa della lezione, quella che lascia intatte le abitudini esistenti.

Il problema è che questa lettura ignora i fallimenti. Per ogni Backrooms o Obsession esistono opere guidate da creator che al cinema non hanno funzionato: i film tratti da Ryan's World e da Dude Perfect hanno deluso, così come titoli molto attesi come Shelby Oaks di Chris Stuckmann o House of Eden di Kris Collins. Avere milioni di follower non garantisce un biglietto venduto. Come ha osservato la giornalista Kayla Cobb su TheWrap, il punto che l'industria fatica a vedere è un altro: per molti di questi autori Hollywood è un desiderio, non una necessità. Hanno già costruito un pubblico, guadagnano dal proprio lavoro e sono abituati a possederlo per intero. Markiplier ha autofinanziato e autodistribuito Iron Lung incassando circa cinquanta milioni di dollari nel mondo, senza chiedere il permesso a nessuno. Trattare questi registi come voci da incastrare in progetti già approvati dai dirigenti è il modo più sicuro per perderli.

Le lezioni che varrebbe la pena imparare

La lezione più utile assomiglia a quella che Hollywood imparò alla fine degli anni Sessanta, e che il produttore Jason Blum ha citato parlando di un'atmosfera da anni Settanta, con autori giovani che fanno film ruvidi capaci di portare la gente in sala. Il pubblico va al cinema quando il cinema dà una ragione per andarci. I protagonisti di Obsession sono ventenni precari, aggrappati a relazioni e a scorciatoie magiche per dare un senso a sé stessi; quello di Backrooms è un uomo intrappolato in un lavoro che non ha scelto. Sono i loro spettatori, messi in scena. Non a caso un'analisi di Fandango ha indicato la Generazione Z come la fascia oggi più attiva nel tornare in sala, e una quota stimata attorno al 44 per cento del pubblico del primo weekend di Backrooms aveva meno di ventun anni.

C'è poi una lezione industriale precisa e riguarda la disciplina di budget. L'horror resta il genere col miglior rapporto tra costo e incasso potenziale proprio perché il successo non dipende dal denaro speso, non richiede un marchio preesistente né un sequel. È il modello che Blumhouse ha codificato da anni, mantenendo i budget sotto i cinque milioni di dollari e condividendo con attori e registi percentuali sugli incassi anziché cachet elevati. Obsession porta quel principio all'estremo: meno di un milione di dollari trasformati in oltre centocinquanta.

La vera lezione non è inseguire chi ha più follower, ma costruire strutture che permettano a voci nuove di lavorare con poco, conservando il controllo creativo. Il regista Mark Duplass ha definito questi risultati uno spiraglio di speranza in un'industria frammentata. Lo spiraglio si chiude se la risposta è la stessa di sempre.

Dove si posiziona l’Italia?

Il 2025 è stato un buon anno per il cinema italiano, con gli incassi dei film nazionali in crescita di oltre il 33 per cento rispetto all'anno precedente. Anche il nostro horror, a lungo considerato un genere morto, ha dato segni di vita. La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e uscito a settembre con Vision Distribution, ha mostrato che in Italia esiste una nuova generazione capace di lavorare sul genere con ambizione autoriale, pur fermandosi a incassi modesti, attorno ai trecentomila euro.

In Video Artists lavoriamo ogni giorno con autori emergenti e per questo guardiamo a Backrooms e Obsession senza l'entusiasmo di chi cerca la prossima formula da clonare. Quello che questi film confermano non è che basti un canale YouTube, ma che il talento ha bisogno di un elemento che il nostro settore concede di rado: fiducia. Un budget contenuto non è un limite da subire, è una condizione che protegge la libertà di chi gira; e un autore che mantiene il controllo del proprio lavoro produce film che il pubblico riconosce come autentici.

Il rischio, in Italia come a Hollywood, è leggere questi successi come una questione di marketing e di seguaci, quando sono una questione di mestiere e di fiducia. Noi preferiamo scommettere sulla seconda lettura: è più scomoda, ma è l'unica che costruisce qualcosa di duraturo.

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