IMAX pensa alla vendita mentre il box office vola
Il colosso della sala premium ha avviato colloqui preliminari con potenziali acquirenti proprio nel momento del suo massimo splendore commerciale. La domanda non è solo chi possa comprarla, ma perché si vende un marchio che oggi funziona.
Una trattativa che arriva nel momento più alto
La notizia è uscita il 21 maggio sul Wall Street Journal e Deadline l'ha confermata poco dopo: IMAX ha avviato colloqui preliminari con potenziali acquirenti. Il processo è ancora in una fase iniziale, ma è bastato l'eco della trattativa per far balzare il titolo del 10%, fino a circa 38 dollari per azione. Un anno fa, l'estate scorsa, lo stesso titolo veniva scambiato a 24 dollari. Il massimo a 52 settimane è stato 44.
Quello che colpisce non è tanto il rumore di mercato - di per sé prevedibile su un dossier del genere - quanto il tempismo. IMAX ha appena chiuso un primo trimestre che ha superato le aspettative degli analisti, ha confermato l'obiettivo di un incasso globale record da 1,4 miliardi di dollari per il 2026, e sta cavalcando un'onda commerciale che pochi si aspettavano: Project Hail Mary di Amazon MGM, con Ryan Gosling, ha incassato circa 670 milioni di dollari in tutto il mondo da metà marzo, più del doppio delle proiezioni interne IMAX. Avatar: Fire and Ash è arrivato dopo. In autunno escono Star Wars: The Mandalorian and Grogu, l'Odyssey di Christopher Nolan a luglio, The Adventures of Cliff Booth di David Fincher per Netflix in IMAX prima dello streaming a fine novembre, e a dicembre Dune: Parte Tre di Denis Villeneuve, per cui Warner Bros già ad aprile riportava esauriti gli spettacoli in pellicola 70mm IMAX a New York e Londra.
Per capire perché un acquirente possa essere interessato, bisogna ricordare cosa è IMAX dal punto di vista industriale. Non è un esercente nel senso classico del termine: la stragrande maggioranza delle 1.798 sale IMAX attive nel mondo al 31 marzo 2026 è in licenza presso operatori terzi, da Cinemark a Wanda fino a UCI in Italia. IMAX vende tecnologia, certificazione, contenuti remasterizzati con il proprio processo proprietario, e soprattutto un marchio. Per il 2026 la società prevede tra 160 e 175 nuove installazioni e un margine EBITDA rettificato con un pavimento al 45%.
La leva commerciale di IMAX si misura in un dato fondamentale: pur rappresentando meno del 5% degli schermi globali, le sale IMAX catturano fino a un quarto degli incassi del weekend di apertura dei grandi tentpole. È il singolo asset più desiderabile dell'esibizione contemporanea, perché trasforma un'uscita standard in un evento percepito. Sommato ai dodici titoli "Filmed For IMAX" previsti per quest'anno e all'apertura del marchio agli streamer - Netflix ha imparato a usare IMAX come canale di legittimazione, prima con Cliff Booth e poi con Narnia: The Magician's Nephew di Greta Gerwig, ora slittato a febbraio 2027 - quello che un acquirente compra non è un parco sale ma un punto di accesso al consumo cinematografico premium globale.
Il paradosso del vendere all’apice
C'è una lettura ovvia di questa trattativa: si vende al top per dovere fiduciario verso gli azionisti. Ma c'è una seconda lettura, meno raccontata, che merita attenzione. Il modello IMAX dipende strutturalmente dalla qualità dello slate annuale: un trimestre senza Ne Zha 2, senza Project Hail Mary, senza un Nolan o un Villeneuve, è un trimestre fragile. Lo si vede già nei numeri del Q1 2026, dove il confronto con il bottino cinese del 2025 ha eroso il fatturato pur generando più utile.
E poi c'è la concorrenza. Si prevede che il segmento dei premium large format raddoppierà entro il 2034, da circa 1,85 miliardi di dollari nel 2024 a una stima vicina ai 4,11 miliardi. Significa che il valore del business cresce ma anche che Dolby Cinema, Cinity, Epic, ScreenX e i marchi proprietari delle catene (Cinemark XD, AMC Prime, Regal RPX) stanno costruendo alternative tecnologiche che, in molti casi, costano meno per lo spettatore e meno per l'esercente. Il punto forte di IMAX non è più la tecnologia: è la riconoscibilità del marchio. Difendere questo asset richiede investimenti in marketing, contenuto esclusivo e relazioni con gli studi che diventano ogni anno più complessi.
A questo si aggiunge un altro elemento: il CEO storico Richard Gelfond è rientrato gradualmente in azienda dopo un congedo medico per polmonite a inizio 2026. Una trattativa di questa portata raramente parte senza un disegno di continuità, e in qualche caso anche di successione.
I rischi: se IMAX cambia proprietà
Le ipotesi di acquirente si dividono in tre famiglie, ognuna con conseguenze diverse per il mercato. Se IMAX finisse in mano a una major - Disney, Warner Bros, Sony, Universal, Paramount Skydance - la domanda immediata diventerebbe se il marchio resterebbe davvero neutrale nell'allocazione delle sale ai concorrenti. Il punto non è giuridico - gli accordi di licenza con gli esercenti tutelano già una certa imparzialità - ma di percezione: in un mercato dove il numero di sale IMAX disponibili è limitato e la concorrenza per accedervi è feroce, sapere che il proprietario del marchio è anche un competitor diretto cambia ogni negoziazione. Difficile immaginare che le altre major accetterebbero un assetto del genere senza chiedere garanzie strutturali, e altrettanto difficile pensare che le antitrust americana ed europea lascino passare un'operazione senza condizioni.
L'ipotesi più discussa, e per molti versi la più affascinante è quella di uno streamer: Netflix, Amazon MGM, Apple. Tutti hanno scoperto negli ultimi due anni che IMAX è uno strumento di marketing imbattibile per posizionare un'uscita streaming come "vero film". L'esempio di Cliff Booth, in sala IMAX dal 25 novembre per due settimane prima dello streaming, e di Narnia di Greta Gerwig, ne sono la dimostrazione esplicita. Un acquirente streamer trasformerebbe IMAX da infrastruttura aperta a canale promozionale chiuso, e il rischio per il resto dell'industria sarebbe il restringimento di un patto teatrale già fragile. Il guadagno per lo streamer sarebbe enorme: prestigio percepito, finestra esclusiva di esposizione, controllo sul calendario delle uscite eventizzate.
L'opzione più benigna, dal punto di vista della neutralità del marchio è quella di un fondo come Apollo o KKR. Un player del genere comprerebbe IMAX per estrarne flussi di cassa, accelerare l'espansione in Asia e nel resto del mondo - la società ha appena chiuso il più grande accordo della sua storia in Australia per dieci nuove location e ha firmato sette nuovi impegni in Giappone da inizio anno - e rivenderla. Per gli studi e gli esercenti sarebbe il padrone meno scomodo. Per i lavoratori del cinema, paradossalmente, anche il più disinteressato al destino di lungo periodo del marchio.
L'Italia: sei sale e un mercato che non cresce
In Italia la conversazione sul futuro di IMAX si scontra con una realtà precisa. Le sale IMAX attive sul territorio sono sei, distribuite quasi tutte sulla rete UCI Cinemas - Pioltello, Orio al Serio, Campi Bisenzio, Porta di Roma - più Sesto San Giovanni gestita da Notorious Cinemas e qualche apertura più recente come Afragola. Un'infrastruttura sottile, fortemente concentrata al Centro-Nord, dipendente in pratica da un singolo operatore.
Il box office italiano del 2025, secondo i dati Cinetel diffusi da ANEC e ANICA, si è fermato a 496,5 milioni di euro per 68,3 milioni di presenze, con un incremento dello 0,5% sugli incassi e un calo del 2% sui biglietti rispetto al 2024 - un risultato che certifica una stabilità che, in chiaro, è ancora ben sotto il pre-pandemia. La quota della produzione nazionale al 32,7% degli incassi resta il vero punto luminoso, e fa dell'Italia l'unico paese europeo dove il prodotto domestico supera oggi la media 2017-2019 sia per incassi che per biglietti.
Cosa significa tutto questo nel contesto della vendita di IMAX? Significa che se il marchio passa di mano, le priorità per l'espansione europea cambieranno. L'Italia è esattamente il tipo di mercato che un nuovo proprietario può decidere di accelerare o, al contrario, di ignorare, perché i ritorni unitari sono più piccoli che altrove e l'esercente storico è in difficoltà finanziaria.
Le decisioni che oggi sembrano lontane ricadranno entro pochi mesi sul calendario degli eventi premium che possiamo offrire al pubblico italiano e sull'attrattività delle nostre sale per un pubblico under 35 che è ormai abituato a valutare il film e il formato come un'unica scelta di consumo.