L'European Film Academy nomina i primi Chapter Principals nella sua storia

L'EFA nomina otto figure di riferimento per i reparti che costruiscono materialmente un film. Tra i nomi scelti ci sono i collaboratori storici di Nolan, Lanthimos, Almodóvar e Kieślowski. L'Italia, paese di grandi tradizioni artigianali, non ha un rappresentante nella lista.

Per la prima volta nella sua storia, l'EFA ha nominato otto Chapter Principals, una figura per ciascuna delle discipline che compongono la struttura portante di un film al di là della regia e della recitazione: casting, fotografia, composizione musicale, costumi, montaggio, trucco e acconciatura, scenografia, suono. Un gesto istituzionale che dice molto sullo stato del cinema europeo e su come vuole raccontarsi.

L'incarico è onorario e volontario. I principals non gestiscono fondi, non distribuiscono premi, non siedono in giuria. Il loro ruolo è quello di ambasciatori: dare visibilità al proprio mestiere, rafforzare le connessioni tra i membri dell'Accademia che lavorano nello stesso reparto e rappresentare la propria disciplina nelle attività dell'EFA. Il fatto che un'istituzione con oltre cinquemila membri senta il bisogno di creare questa struttura segnala qualcosa di preciso: i mestieri del cinema hanno un problema di riconoscimento che i premi non risolvono.

Una mappa del cinema d'autore europeo

La lista dei primi otto principals è rivelatrice non solo per chi include, ma per ciò che racconta delle alleanze artistiche che tengono insieme il cinema europeo.

Hoyte van Hoytema, olandese, è il direttore della fotografia di Christopher Nolan da oltre un decennio: "Interstellar", "Dunkirk", "Tenet", "Oppenheimer", per cui ha vinto Oscar, BAFTA e ASC Award. Rappresenta il capitolo dei cinematographers, il che è significativo: un professionista formatosi in Svezia, cresciuto nel cinema scandinavo, diventato il braccio visivo di uno dei più celebri difensori della pellicola al mondo. La sua nomina lega implicitamente l'EFA al dibattito sulla materialità del cinema, in un momento in cui Kodak lancia nuove emulsioni e il formato analogico torna a essere un argomento industriale, non solo estetico.

Yorgos Mavropsaridis, greco, è il montatore di tutti i film di Yorgos Lanthimos, da "Kinetta" nel 2005 fino a "Kinds of Kindness" nel 2024, passando per "Dogtooth", "The Lobster", "The Favourite" e "Poor Things". Due nomination all'Oscar, due ai BAFTA. La scelta del suo nome per il capitolo del montaggio è una dichiarazione di principio: il montaggio non è un servizio tecnico, è una voce autoriale. Chiunque abbia visto i film di Lanthimos riconosce che il ritmo, le ellissi, la tensione tra le scene sono tanto del montatore quanto del regista.

Zbigniew Preisner, polacco, è il compositore che ha definito il suono del cinema di Krzysztof Kieślowski: "Decalogo", "La doppia vita di Veronica", la trilogia "Tre colori". È una figura storica, uno dei compositori per il cinema più influenti della sua generazione, e la sua inclusione nel primo gruppo di principals ha un valore quasi archivistico: Preisner rappresenta una tradizione — quella del compositore come co-autore del senso emotivo di un film — che rischia di perdersi in un'epoca in cui le colonne sonore vengono sempre più spesso assemblate a partire da librerie musicali preconfezionate.

Antxón Gómez, basco, è lo scenografo di Pedro Almodóvar da oltre vent'anni: "Tutto su mia madre", "La pelle che abito", "Dolor y gloria", "Madres paralelas". Ha vinto il Goya per il suo lavoro su "Che" di Soderbergh e l'European Film Award per "Dolor y gloria". Se esiste un esempio di come la scenografia possa diventare una firma visiva riconoscibile quanto quella del regista, è il lavoro di Gómez con Almodóvar, dove gli interni sono pensati come personaggi a sé stanti.

Pascaline Chavanne, francese, è la costumista di riferimento di François Ozon e ha vinto il César per "Nouvelle Vague" di Richard Linklater. Nina Haun, tedesca, è la casting director di alcuni dei film europei più significativi degli ultimi anni, da "Spencer" di Pablo Larraín a "Triangle of Sadness" di Ruben Östlund fino a "Fatherland" di Paweł Pawlikowski, in concorso a Cannes 2026. Waldemar Pokromski rappresenta il capitolo trucco e acconciatura.

Tarn Willers, britannico, è il fonico di produzione di "The Zone of Interest" di Jonathan Glazer, per cui ha vinto Oscar, BAFTA e European Film Award: un professionista il cui lavoro su quel film — la costruzione di un ambiente sonoro domestico come contrappunto all'orrore fuori campo — è diventato un caso di studio per come il suono possa raccontare ciò che l'immagine rifiuta di mostrare.

La logica che unisce la lista

Ciò che colpisce, guardando gli otto nomi, è che quasi tutti sono definiti dalla loro relazione con un singolo regista. Van Hoytema e Nolan. Mavropsaridis e Lanthimos. Preisner e Kieślowski. Gómez e Almodóvar. Chavanne e Ozon. Il messaggio, intenzionale o meno, è che il cinema d'autore europeo funziona per coppie creative stabili: il regista ha una visione, ma la visione prende forma concreta attraverso collaboratori che restano al suo fianco per decenni, costruendo un linguaggio condiviso che si perfeziona film dopo film.

Quando l'EFA sceglie di dare volto istituzionale ai mestieri attraverso figure che incarnano questo tipo di collaborazione, sta rivendicando implicitamente un modo di fare cinema che è tanto industriale quanto culturale: il cinema come bottega, nel senso rinascimentale del termine, dove il rapporto tra maestro e artigiano produce qualcosa che nessuno dei due potrebbe realizzare da solo.

L'assenza che si nota: l'Italia

In un elenco che include Paesi Bassi, Grecia, Polonia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, l'Italia non compare. Per un paese che ha costruito una parte significativa della storia del cinema attraverso i suoi reparti tecnici - Vittorio Storaro nella fotografia, Dante Ferretti nella scenografia, Ennio Morricone nella musica, Gabriella Pescucci nei costumi, Pietro Scalia nel montaggio - l'assenza è vistosa.

Le ragioni probabili non sono lusinghiere. Il problema non è la qualità dei professionisti italiani: è la loro visibilità internazionale. I nomi che l'EFA ha scelto sono tutti legati a produzioni che circolano nei festival internazionali e nelle sale di tutto il mondo. I migliori tecnici italiani in attività - e ce ne sono di eccellenti - lavorano prevalentemente su film che faticano a uscire dal circuito nazionale, oppure operano già da anni all'estero, integrati in industrie che li hanno valorizzati più di quanto abbia fatto quella italiana. Il risultato è un paradosso doloroso: un paese con una delle tradizioni artigianali più profonde del cinema mondiale non ha un rappresentante nella prima lista di ambasciatori dei mestieri dell'EFA, non perché gli manchino le competenze, ma perché il suo sistema produttivo non genera con sufficiente regolarità i film che rendono quei professionisti visibili fuori dai confini nazionali.

In Video Artists leggiamo questa iniziativa dell'EFA con un interesse che va oltre la cronaca istituzionale. Chi produce cinema indipendente sa che la qualità di un film si decide nei reparti: nella luce che un direttore della fotografia sceglie per una scena, nel taglio che un montatore impone al ritmo, nel tessuto che una costumista seleziona per raccontare un'epoca senza bisogno di dialogo.

Dare a questi mestieri una rappresentanza formale dentro l'Accademia più grande d'Europa è un atto che ha senso politico oltre che simbolico, perché sposta l'attenzione - e potenzialmente le risorse, le reti, le opportunità - verso le figure che fanno il lavoro concreto. Ma l'assenza dell'Italia da questa prima lista è anche un promemoria severo. Se vogliamo che il cinema italiano torni a essere riconosciuto anche per la qualità dei suoi reparti, dobbiamo produrre film che permettano a quei reparti di essere visti. È un problema di produzione prima ancora che di talento.

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