Netflix taglia mille posti e licenzia i vertici dei contenuti: il gigante dello streaming cerca una nuova crescita

In una sola settimana Netflix ha annunciato circa mille licenziamenti e ha licenziato la responsabile globale dei contenuti, Bela Bajaria, e il capo del cinema, Dan Lin. L'azienda resta molto redditizia ma cresce meno di quanto chiedano gli investitori. E così, il cambio al vertice ridisegnerà il rapporto con autori e produttori.

Il 14 ottobre i co-CEO Ted Sarandos e Greg Peters hanno comunicato ai dipendenti un taglio di circa mille posizioni, il 6% dei circa 16.000 lavoratori a tempo pieno che Netflix contava alla fine del 2025. È la riduzione più ampia dal 2022, quando la società aveva eliminato circa 450 posti in due tornate. Secondo il memo interno, rivelato dal Wall Street Journal, le aree più colpite sono prodotto, tecnologia, ufficio legale e risorse umane. L'azienda ha precisato di essere in linea con le previsioni annuali e di voler “continuare a investire in modo aggressivo nelle aree ad alto impatto”.

I tagli hanno raggiunto anche la parte creativa. Variety ha ricostruito le uscite nel reparto serie, dove dopo dieci anni ha lasciato l'azienda Carolina Garcia, la dirigente che aveva seguito l'accordo con i fratelli Duffer e la produzione di Stranger Things, insieme ad altri quattro executive dello sviluppo. Gran parte della squadra dedicata alle campagne per i premi è stata smantellata, e sul fronte cinema è uscito il vicepresidente Doug Belgrad. Il giorno successivo Netflix ha annunciato l'addio di Bajaria. Venerdì Sarandos ha telefonato a Lin per comunicargli il licenziamento, reso pubblico lunedì 19. Martedì 20 sono arrivati i conti del terzo trimestre.

Chi esce e chi entra

Bela Bajaria era arrivata in Netflix nel 2016 dopo la presidenza di Universal Television. Ha guidato prima i programmi unscripted, poi tutta la televisione globale, e dal gennaio 2023 ricopriva il ruolo di chief content officer, con un budget per i contenuti di circa 20 miliardi di dollari. Sotto la sua gestione sono nati Squid Game, Mercoledì e Arcane, la strategia delle produzioni locali pensate per i singoli mercati e l'ingresso nello sport dal vivo. Le critiche, negli ultimi mesi, si erano concentrate su un catalogo giudicato più attento alla quantità che alla qualità e sulla difficoltà di trattenere il pubblico da una stagione all'altra.

Dan Lin era stato chiamato nel 2024 per succedere a Scott Stuber con un mandato preciso: contenere la spesa e produrre film che gli abbonati guardassero davvero. È uscito a metà di un contratto quinquennale. Il suo lascito più visibile arriverà nel 2027, quando Netflix porterà in sala con finestre esclusive Narnia di Greta Gerwig, una scommessa da circa 250 milioni di dollari, e una nuova versione di La fabbrica di cioccolato. Una fonte interna ha riassunto il clima a Variety con una frase secca: “Tutti sono danni collaterali”.

Dal 26 ottobre i contenuti di tutto il gruppo, tra film, serie, unscripted e live, passano a Peter Rice. Il nuovo responsabile ha guidato Fox Searchlight negli anni di Little Miss Sunshine, Juno e The Millionaire, poi ha diretto l'intera area intrattenimento della Disney, con ABC, FX e Hulu, fino al licenziamento nel 2022. Ha la reputazione di un dirigente che parla la lingua degli autori. Sarandos lo ha presentato ai dipendenti come l'occasione per portare il listino “al livello successivo”, e fino alla nomina di un successore di Lin seguirà anche il cinema.

Perché adesso

Le ragioni del riassetto si leggono soprattutto in Borsa. Secondo Deadline il titolo ha perso quasi il 45% in dodici mesi, un calo iniziato con la corsa a Warner Bros. Discovery. Netflix era pronta a spendere oltre 80 miliardi di dollari per gli studios e lo streaming del gruppo, ma l'asta l'ha vinta Paramount Skydance, e a Los Gatos è rimasta una penale di 2,8 miliardi incassata per la rottura dell'accordo.

Il secondo fronte riguarda l'attenzione del pubblico. Da quando ha smesso di comunicare il numero di abbonati, nel 2025, Netflix misura il proprio successo in ore di visione, e quelle ore crescono a fatica: 97 miliardi nel primo semestre del 2026, appena il 2% in più rispetto all'anno precedente. Secondo Nielsen, a luglio la piattaforma valeva il 7,8% del tempo trascorso davanti alla televisione negli Stati Uniti, un punto in meno di un anno prima, mentre YouTube ha toccato il suo record con il 14,2%. Dopo la fine di Stranger Things la società non ha trovato un nuovo fenomeno globale, nessun film dell'estate ha replicato il successo di KPop Demon Hunters, e a settembre gli Emmy hanno consegnato a Netflix 16 statuette, il risultato più basso dal 2016, dietro Apple TV e HBO Max.

Pesano infine le partenze dei talenti. I fratelli Duffer sono passati a Paramount, Shawn Levy a Disney, Noah Baumbach a Warner Bros., e David Fincher ha lasciato scadere il proprio accordo. Per una piattaforma che ha costruito il suo prestigio attirando autori con contratti generosi, è un segnale che gli investitori hanno letto con attenzione.

Le opportunità e i rischi del reset

Il profilo di Rice offre qualche ragione di ottimismo a chi lavora con le piattaforme. Un dirigente formato nel cinema indipendente di Searchlight conosce il valore dei film di media dimensione e il rapporto con gli autori, due aspetti che Netflix sembra aver trascurato negli ultimi anni. La scelta di Lin di portare in sala i grandi titoli per famiglie potrebbe inoltre consolidarsi in una relazione più stabile con le sale. Sarandos ha anche chiarito che circa il 95% della spesa resta destinato a serie, film ed eventi dal vivo, mentre podcast video e clip verticali rimangono iniziative sperimentali.

I rischi sono altrettanto concreti. Rice eredita un'azienda che ha appena perso una parte rilevante della propria memoria interna. Nella nostra esperienza, quando un executive lascia una piattaforma i progetti che aveva sostenuto perdono il loro principale interlocutore e rallentano, anche quando nessuno li cancella formalmente. C'è poi una contraddizione evidente: Netflix vuole riconquistare i grandi autori proprio mentre smantella il reparto che ne costruiva le campagne per i premi. E la ricerca di titoli americani capaci di dominare ovunque potrebbe spingere verso un catalogo con minore spazio per le produzioni intermedie.

La situazione italiana

Netflix non ha reso noto quanti tagli abbiano riguardato l'Europa o la sede di Roma, e nelle comunicazioni pubbliche il riassetto riguarda soprattutto la direzione americana. Le parole di Sarandos sul buon funzionamento dei contenuti internazionali suggeriscono che i listini locali siano meno esposti. Quello italiano è stato presentato a Roma il 21 gennaio, nel decimo anniversario del servizio in Italia, con più di quindici titoli tra film, serie e unscripted, tra cui Motorvalley, SuburraMaxima e l'ultima stagione de La legge di Lidia Poët, e nomi come Pierfrancesco Favino, Luca Zingaretti e Matilda De Angelis. A guidare i contenuti italiani è Tinny Andreatta.

Secondo le stime di Ampere Analysis, nel 2026 Netflix investirà in Italia circa 618 milioni di dollari, seconda solo ad Amazon con 675, in un mercato che è il terzo in Europa per spesa delle piattaforme dopo Regno Unito e Spagna. Una parte di questo impegno è vincolata. Il Testo unico dei servizi di media audiovisivi obbliga le piattaforme a investire il 16% dei ricavi netti realizzati in Italia in opere europee, di cui almeno il 70% in opere originali italiane. Il 25 maggio Sarandos è stato ricevuto a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, segno di un rapporto istituzionale che l'azienda considera strategico. I produttori italiani, però, lamentano da tempo che le piattaforme non pubblicano dati sufficienti per verificare il rispetto delle quote. Le regole garantiscono quindi un pavimento di spesa, ma lasciano a Los Gatos ogni decisione su quali progetti finanziare. Se la nuova direzione privilegerà pochi titoli capaci di imporsi a livello globale, i progetti italiani di dimensione media e gli autori emergenti rischiano di trovare meno spazio.

Il lifecycle di un progetto

Dan Lin è rimasto alla guida del cinema di Netflix per circa due anni e mezzo. Un film o una serie richiede spesso altrettanto tempo, se non molto di più, solamente per entrare in produzione. In Video Artists sviluppiamo progetti che devono attraversare cambi di regime di questo tipo e la lezione che ne traiamo è pratica: la migliore strategia è avere una rete di alleati fin dall'inizio, tra coproduttori europei, fondi pubblici e partner di distribuzione, in modo che il progetto abbia una chance di sopravvivenza più forte. Le piattaforme restano interlocutori essenziali per gli autori europei, ma la settimana di Netflix ricorda che i loro vertici cambiano più in fretta delle storie che finanziano.

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